Riflessioni sul tema alla luce della Cass. 13/03/2026 n. 5673
Avv. Francesca Pescatori (Foro Civitavecchia)
Avv. Paolo Mastrandrea (Foro Civitavecchia)
1. Perché l’amministrazione di sostegno è centrale nelle dipendenze
L’amministrazione di sostegno (AdS), introdotta con la l. n. 6/2004, è una misura di protezione flessibile per le persone che, per effetto di un’infermità o menomazione fisica o psichica, si trovano anche solo temporaneamente nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi (art. 404 c.c.).
Nel campo delle dipendenze – da sostanze, gioco d’azzardo, shopping compulsivo o altre condotte compulsive – l’AdS è al confine tra rispetto dell’autonomia personale e necessità di evitare che la patologia conduca alla rovina economica e all’emarginazione sociale.
La giurisprudenza ha riconosciuto che le dipendenze possono costituire quella “menomazione psichica” di cui all’art. 404 c.c., legittimando il ricorso all’AdS per proteggere il soggetto nella gestione del denaro, nella stipula di contratti, nell’accesso al credito e, più in generale, nella cura dei propri interessi personali e patrimoniali.
2. Il caso No.Lu. e la “nuova regola applicabile” dopo Cass. 13 marzo 2026, n. 5763
2.1. I fatti essenziali
La sentenza Cass. civ., sez. I, 13 marzo 2026, n. 5763 riguarda No.Lu., sottoposta ad AdS dal 2013 su iniziativa dei familiari per la gestione del patrimonio.
La Corte rileva che la ricorrente: svolge regolare attività lavorativa presso uno studio di commercialisti con reddito stabile (circa 3.300 euro mensili), vive autonomamente, assiste la madre ultranovantenne ed è seguita da una psicoterapeuta che attesta un buon funzionamento generale e l’assenza di patologie psichiatriche invalidanti.
Il giudice tutelare respinge l’istanza di revoca (decreto 12 febbraio 2025) con motivazione solo economico‑patrimoniale: No.Lu. chiederebbe somme per acquisti “voluttuari e superflui” e, senza amministratore, il patrimonio si esaurirebbe rapidamente.
Il Tribunale di Vicenza conferma, valorizzando il rischio di depauperamento futuro del patrimonio, pur in assenza di problemi economici immediati.
Nel ricorso per cassazione si denuncia, tra l’altro, l’assenza di accertamento di una reale infermità o menomazione fisica/psichica, l’uso dell’AdS come strumento di controllo patrimoniale e la violazione del diritto di difesa per mancata audizione personale.
2.2. Prodigalità e presupposti dell’AdS
La Cassazione accoglie il ricorso, cassando il provvedimento e rinviando al Tribunale.
Richiamando la propria giurisprudenza, in particolare Cassazione civile sez. I 28.12.2023 n. 36176, la Corte ribadisce che l’accertamento dei presupposti dell’AdS deve essere specifico e circostanziato rispetto alle condizioni di menomazione e alla loro incidenza sulla capacità di provvedere ai propri interessi; il giudice deve verificare anche strumenti alternativi (ad es. curatore speciale ex art. 78 c.p.c.); la misura deve sacrificare nella minor misura possibile la capacità di agire, distinguendosi da interdizione e inabilitazione per flessibilità e adeguatezza alle esigenze concrete.
Il Tribunale aveva ritenuto sufficiente la tendenza della ricorrente a chiedere somme per acquisti voluttuari, sostenendo che l’AdS ormai assorbe anche i casi di prodigalità ex art. 415 c.c. La Cassazione precisa invece che la nomina dell’amministratore presuppone sempre l’accertamento di una “infermità” o “menomazione” che ponga il soggetto nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi.
La prodigalità può essere rilevante, ma solo se le condotte di spesa espongono il soggetto a un rischio reale di indigenza, non al semplice assottigliamento del patrimonio.
La Corte richiama la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (l. n. 18/2009), che supera la logica della mera protezione patrimoniale, valorizza la capacità legale delle persone con disabilità e impone di leggere l’AdS come strumento di inclusione e partecipazione, non di controllo delle scelte di vita o di conservazione del patrimonio nell’interesse della famiglia.
2.3. La “nuova regola applicabile”
Dalla motivazione di Cass. civ., sez. I, 13 marzo 2026, n. 5763 emergono alcuni punti chiave, rilevanti per tutte le dipendenze:
a) Accertamento rigoroso della vulnerabilità: occorre verificare se la persona sia effettivamente priva, in tutto o in parte, di autonomia per infermità o menomazione, anche non psichiatrica, che la ponga nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi; non basta un generico giudizio di inadeguatezza nella gestione del patrimonio.
b) Rischio reale di indigenza: la prodigalità rileva solo se le condotte di spesa, rapportate a reddito e patrimonio, superano il limite di una legittima disponibilità fino a condurre alla rovina economica.
c) Rigorosità e proporzionalità in assenza di invalidità: l’accertamento deve essere tanto più rigoroso quanto meno emergono profili di invalidità o fragilità; se non vi è affievolimento delle capacità cognitive o di autodeterminazione, la valutazione deve essere ispirata a criteri più restrittivi.
d) Rifiuto della logica paternalistica e patrimonialistica: le libere scelte di vita di una persona compos sui non possono essere sacrificate per imporre uno stile di vita volto alla conservazione patrimoniale a garanzia degli interessi del gruppo familiare, quando manca qualsiasi anomalia psichica o patologica. Questi principi, nati in un caso di prodigalità, si proiettano direttamente sui casi di dipendenza, dove il rischio di usi paternalistici e patrimonialistici dell’AdS è elevato.
Un profilo centrale della sentenza riguarda infatti la violazione del diritto di difesa e del contraddittorio: No.Lu. non è stata convocata né dal giudice tutelare sull’istanza di revoca, né dal Tribunale in sede di reclamo.
3. Dipendenze come menomazione psichica
Dipendenze da sostanze e dipendenze comportamentali (ludopatia, shopping compulsivo, ecc.) possono integrare la “menomazione psichica” richiesta dall’art. 404 c.c., se determinano un deficit di controllo degli impulsi e di valutazione delle conseguenze, con grave pregiudizio per la persona.
La giurisprudenza ha ammesso l’AdS per soggetti con ludopatia, shopping compulsivo, tossicodipendenza o alcolismo, quando la dipendenza produce sovraindebitamento, rischio di perdere l’abitazione, incapacità di mantenere sé e la famiglia.
Alla luce di Cass. 5763/2026, però, non è sufficiente richiamare la dipendenza: bisogna dimostrare che essa compromette realmente la capacità di provvedere ai propri interessi e che esiste un rischio concreto di indigenza.
Ciò significa che non è sufficiente dimostrare che il soggetto gioca somme elevate, contrae debiti o effettua acquisti compulsivi: bisogna provare che la dipendenza compromette la capacità di comprendere il significato e le conseguenze delle scelte, determinando un rischio reale di indigenza o di grave pregiudizio.
Nel caso No.Lu., la Cassazione censura il Tribunale per non avere verificato se le spese voluttuarie superassero il limite di una legittima disponibilità del patrimonio, fino a configurare il rischio di vera e propria indigenza, tenuto conto del reddito elevato e dell’ammontare complessivo delle spese.
Ne consegue che non ogni giocatore abituale o consumatore di lusso è automaticamente destinatario di AdS: la misura è giustificata solo quando la dipendenza, valutata in concreto, espone il soggetto a rovina economica e rivela una reale incapacità di autogestione.
La dipendenza non va ridotta a mera “cattiva abitudine” o vizio morale, ma deve essere considerata condizione patologica che può incidere in modo significativo sulla capacità di cura dei propri interessi, soprattutto patrimoniali.
Ne deriva che ciò che legittima l’AdS non è la condotta in sé (spesa eccessiva, gioco, uso di sostanze), ma l’incapacità, derivante da una menomazione, di curare i propri interessi.
4. Autodeterminazione e limiti dell’intervento
La Cassazione nella sentenza 5763/2026 ricorda che, in tema di AdS, il diritto del beneficiario di essere informato e di esprimere la propria opinione costituisce uno spazio di libertà e autodeterminazione incomprimibile, anche in caso di forte limitazione della capacità.
Il beneficiario può rivolgersi al giudice anche in modo informale e il giudice deve valutare tali comunicazioni, orientando la decisione al benessere della persona, non alla migliore amministrazione dei beni; l’audizione personale è necessaria per adottare un provvedimento congruo e commisurato alle esigenze dell’amministrando; la volontà contraria di una persona lucida non può essere trascurata.
Per i soggetti dipendenti ciò implica che l’AdS non può essere imposta solo perché la famiglia la ritiene opportuna a tutela del patrimonio; il giudice deve ascoltare il soggetto, valutarne la consapevolezza e la posizione rispetto alla misura; la volontà contraria di una persona lucida non può essere superata se non in presenza di effettiva e grave vulnerabilità.
La persona ha diritto ad essere ascoltata e a vedere rispettate le proprie scelte di vita, anche se non condivise dalla famiglia, quando è compos sui.
L’AdS non può essere usata per imporre uno stile di vita improntato alla conservazione del patrimonio nell’interesse del gruppo familiare; sostituire percorsi terapeutici per le dipendenze ovvero controllare scelte esistenziali o religiose (ad es. adesione a gruppi o sette) che restano libere finché non si trasformano in soggezione patologica con rischio concreto di rovina economica.
5. Estensione a vittime di sette
L’esperienza delle vittime di gruppi settari mostra situazioni in cui una persona, pur non essendo formalmente incapace, viene isolata, manipolata e indotta a compiere disposizioni patrimoniali rilevanti in favore del gruppo o del leader.
Spesso non è presente una patologia psichiatrica classica, ma una soggezione psicologica profonda e duratura, che incide sulla capacità di valutare le conseguenze delle scelte e di resistere alle pressioni. Se adeguatamente documentata, questa condizione può essere letta come menomazione psichica rilevante ai sensi dell’art. 404 c.c., analogamente alle dipendenze.
Alla luce della nuova regola affermata da Cass. 5763/2026, come per ludopatia, shopping compulsivo, tossicodipendenza e alcolismo, ciò che rileva non è la mera adesione a un gruppo, ma la soggezione patologica che porta il soggetto a sacrificare sistematicamente i propri interessi, incapace di sottrarsi alle richieste economiche anche a rischio di indigenza.
Se tale soggezione è provata e si traduce in concreta impossibilità di provvedere ai propri interessi patrimoniali, incapacità di valutare le conseguenze delle disposizioni patrimoniali, atti dispositivi anomali e ripetuti, rischio reale di indigenza. può rientrare tra le menomazioni psichiche che legittimano l’AdS.
Non è dunque sufficiente che la persona compia donazioni rilevanti in favore del gruppo: occorre dimostrare che non si tratta di una libera scelta, ma di una soggezione patologica che annulla la capacità di autodeterminarsi.
Per le vittime di sette che compiono disposizioni patrimoniali rilevanti, il criterio del rischio reale di indigenza è decisivo: se le disposizioni compromettono la capacità di mantenersi (perdita dell’abitazione, azzeramento dei risparmi, sovraindebitamento), si configura il rischio richiesto dalla Cassazione; se invece lasciano intatta una base patrimoniale sufficiente, l’argomento a favore dell’AdS si indebolisce, salvo altri indici di grave menomazione psichica.
Occorre quindi dimostrare una soggezione psicologica grave e documentata, una serie di atti dispositivi anomali riconducibili a tale soggezione e il fatto che tali atti espongono il soggetto a rischio concreto di indigenza o rovina economica.
Cass. 5763/2026 insiste sul rispetto delle scelte di vita della persona compos sui, che non possono essere sacrificate in nome di una logica paternalistica, specie quando l’intervento mira a garantire gli interessi del gruppo familiare.
Nel contesto delle sette, questo monito si intreccia con la libertà religiosa e di associazione: aderire a un gruppo e sostenerlo economicamente rientra nelle libertà costituzionali; l’intervento giudiziario non può diventare giudizio sull’ortodossia delle convinzioni della persona.
L’AdS è ammissibile solo quando non si è più in presenza di una libera scelta di fede, ma di una soggezione patologica che annulla la capacità di autodeterminazione e rende le disposizioni patrimoniali frutto di manipolazione. Anche qui sono centrali audizione personale, proporzionalità dei poteri dell’amministratore e sussidiarietà della misura.
6. Sintesi conclusiva
Dalla lettura integrata di Cass. 13 marzo 2026, n. 5763, e della prassi in tema di AdS e dipendenze emerge un modello di tutela fondato su alcuni punti fermi:
– L’AdS è ammissibile per soggetti affetti da dipendenze fisiche o psicologiche quando la dipendenza integra una menomazione tale da impedire, anche solo parzialmente o temporaneamente, di provvedere ai propri interessi, con rischio reale di indigenza o grave pregiudizio.
– Non è sufficiente la mera condotta di spesa o di gioco eccessivo, né la sola preoccupazione dei familiari per il patrimonio: occorre un accertamento rigoroso della patologia e delle sue ricadute sulla capacità decisionale.
– La misura deve essere proporzionata e sussidiaria, calibrando i poteri dell’amministratore sugli ambiti effettivamente compromessi (in primis la gestione del denaro) e verificando l’assenza di alternative meno invasive.
– L’autodeterminazione del beneficiario resta principio cardine: la persona ha diritto ad essere ascoltata e la sua volontà, se espressa in condizioni di sufficiente lucidità, non può essere semplicemente scavalcata in nome di un generico interesse alla tutela o di una logica di conservazione patrimoniale familiare.
– Il modello di tutela “su misura” delineato per le dipendenze è estensibile, in linea di principio, anche alle vittime di sette, quando la soggezione psicologica integri una vera menomazione della capacità di provvedere ai propri interessi patrimoniali.
– Cass. 13 marzo 2026, n. 5763, con la sua “nuova regola applicabile” (necessità di accertare una menomazione effettiva e un rischio reale di indigenza, rifiuto di usi paternalistici e patrimonialistici dell’istituto), offre la griglia di valutazione anche per questi casi.
In questa cornice, l’amministrazione di sostegno si conferma uno strumento prezioso ma da utilizzare in modo selettivo e motivato, per proteggere i soggetti più vulnerabili dalle conseguenze distruttive delle dipendenze, senza trasformare il diritto in un apparato di controllo delle scelte individuali e senza tradire la vocazione inclusiva e personalistica che la Convenzione ONU e la stessa Cassazione riconoscono all’istituto.
